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I "Movimenti" di Gurdjieff spiegati da Henri Thomasson
Col passare del tempo, i movimenti riescono ad animare alcune parti da sempre impermeabili alla nostra percezione. Alle nebbie cui ci costringono l’attività mentale e il delirio dell’emozione, subentra un mondo nuovo, impregnato dalla strana «presenza» indotta dall’esercizio. E per l’ennesima volta si pone una domanda: che cos’è il movimento? Senz’altro uno dei suoi obiettivi è proprio quello di tenere sveglia una parte che, tutto sommato, si appagherebbe volentieri dell’animazione interiore così generata, mentre il fatto che la questione rimanga continuamente aperta, come fosse un’interrogazione vivente, finisce per attirarci verso aspetti più profondi e meno accessibili.
Noi sentiamo che questa animazione è il risultato dello sforzo interiore che l’attenzione, la decontrazione, le posizioni e i gesti, nella loro sequenza e combinazione, ci inducono a tentare. Essa provoca in noi un rapporto di tipo nuovo col corpo, e il corpo acquista così una fluidità e una leggerezza non puramente fisiche, grazie alle quali può mettersi al servizio di quell’animazione. In tale stato particolare, il corpo diventa permeabile a tutto ciò che gli viene richiesto, acquisendo una gran libertà, accompagnata da una gioia che non è solo quella della funzione in movimento o di una parte più attiva del corpo, bensì è la gioia di tutto l’essere in stato di relativa presenza a sé stesso.
Questa disponibilità degli strumenti più sottili apre la strada a un’altra influenza, a una forza più alta, recepita come un flusso d’energia che, sebbene ignorata, è sempre presente, e che adesso diventa percettibile, nutrendo le parti superiori capaci di aiutare l’uomo a proseguire sulla via della ricerca intrapresa.
Ecco perché i movimenti possono essere definiti danze «sacre» nel vero senso della parola: perché instaurano una relazione tra il livello normale della vita da una parte, e dall’altra un livello superiore sentito come un ponte di comunicazione col «divino».
I movimenti hanno il potere di materializzare forze di tutt’altro ordine, un potere ben percepibile anche da coloro che non ne sono il veicolo; infatti l’esecuzione delle figure, che attivano per ogni sequenza particolari relazioni capaci di evidenziarne un certo aspetto, e il riscontro visibile delle forze che animano gli esecutori, sono carichi di un’influenza chiaramente avvertibile anche da coloro che assistono. Da una «classe di movimenti» ben preparata può sprigionarsi una sostanza la cui materialità, per quanto sottile, è percettibile a livello interiore allo stesso modo del colore e del suono da parte dei normali organi dei sensi.
Dal suddetto punto di vista, l’obiettivo di chi pratica i movimenti diventa la ricerca del modo di viverli, e la possibilità di viverli in quel modo. A questo livello, essi rappresentano un veicolo per accedere ad un mondo raggiungibile in altre vie con la preghiera e la meditazione: ma è un veicolo che in questa via include e utilizza in modo del tutto peculiare l’intero apparato umano."
Tratto da Prima dell’alba– di Henri Thomasson - Ottava Edizioni 1988 Milano (da pag. 47 a pag. 50)
LA PRATICA DEI MOVIMENTI E DANZE SACRE DI GURDJIEFF - Video d'epoca
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"I 39 Movimenti di G.I. Gurdjieff (conosciuti anche come la Serie dei 39) rappresentano l'ultima fase del suo insegnamento e sono considerati il suo "magnum opus" coreografico. Creati tra il 1939 e il 1949, questi esercizi sono più astratti, geometrici e matematici rispetto alle danze sacre precedenti.
Scopo e Metodo:
L'obiettivo dei movimenti non è l'estetica, ma il risveglio della coscienza attraverso lo shock del corpo.
La loro complessità serve a:
Interrompere gli automatismi: I gesti asimmetrici e insoliti costringono a una presenza mentale totale, impedendo ai centri (intellettuale, emozionale e motorio) di agire meccanicamente.
Sincronizzare i centri: Ogni movimento richiede un'attenzione divisa tra la posizione fisica, lo stato emotivo e la chiarezza mentale.
